sabato 11 gennaio 2014

Sesso con le missionarie, il Vaticano sospende sacerdote

ROVIGO - Un'azione di apostolato e di servizio ai poveri, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, che dalla "casa madre" di Porto Viro si è espansa in tutto il mondo. Ma sullaComunità missionaria di Villaregia, che conta 14 case e oltre 500 mila simpatizzanti, si abbatte una bufera senza precedenti. I fondatori Luigi Prandin e Maria Luigia Coronasono stati rimossi dal Vaticano. Il padre, di origine veneziana, si sarebbe macchiato di «gravi comportamenti immorali». In altre parole, di atti sessuali con alcune missionarie, che sarebbero avvenuti in sedi all’estero. La cofondatrice sapeva, ma avrebbe taciuto per soffocare lo scandalo.

La vicenda sarebbe affiorata in seguito a lettere anonime indirizzate anche al vescovo di Chioggia, monsignor Tessarolo. Il vescovo ne ha informato i suoi sacerdoti, ma senza scendere in particolari, che si intuiscono molto delicati. Padre Matteo, che appartiene alla Comunità polesana, è prudente: «Non possiamo dare né notizie ufficiali, né ufficiose. Viviamo nella sofferenza, ma nulla è cambiato nella vita giornaliera». La missionaria Giovanna ha fiducia nei fondatori: «Tanti santi hanno sofferto per calunnie e invidie, come padre Pio. Alla fine emergerà la verità. Spero che i calunniatori si pentano».

Intanto il Pontificio consiglio per i laici di Roma ha sollevato i due presidenti della Comunità dall’incarico, nominando al loro posto un commissario pontificio. È Amedeo Cencini, sacerdote canossiano, che guiderà la comunità nel periodo di transizione. Questa la nota ufficiale della Comunità: «In seguito a un’indagine approfondita del Pontificio consiglio per i laici sull’operato dei fondatori è stata decisa la loro rimozione a motivo di gravi comportamenti immorali di padre Luigi nei confronti di alcune missionarie maggiorenni, avvenuti in passato, di cui la fondatrice era a conoscenza. Il Pontificio incoraggia la Comunità missionaria di Villaregia a proseguire la sua azione evangelizzatrice. Questo invito si estende a tutti i volontari e i membri aggregati, impegnati nelle numerose attività di evangelizzazione e di solidarietà internazionale a favore dei più poveri presenti nei Paesi in via di sviluppo».

Tra le sedi italiane, la Comunità ne conta anche una a Pordenone. Padre Prandin, 73 anni, è originario di Sandon di Fossò in provincia di Venezia. Dopo il seminario a Padova, ha scelto la strada delle missioni ed è partito per l’Amazzonia. Nel 1981 l’incontro con Maria Luigia Corona, teologa sarda, e la nascita della Comunità. Fiorente per vent'anni, fino al ciclone di ieri.

(Laura Lorenzini, Il Gazzettino 22 giugno 2012)

Le famiglie giovani senza un euro in banca


TRENTO. C'era una volta il gruzzolo in banca. Ogni mese si metteva via qualcosa, come le formichine. Un salvadanaio per gli imprevisti, le vacanze, la vecchiaia. Oggi le giovani coppie non riescono a risparmiare un euro. Il reddito mensile viene polverizzato da affitti, spese e rate varie. Lo dice un'indagine del Censis, che fotografa l'Italia della precarietà, economica e lavorativa.

Lo studio dice che le famiglie giovani spendono tutto il loro reddito mensile per motivi di precarietà, crisi e compensi risicati. Solo uno su quattro nuclei under 35 riesce a mettere da parte qualche soldo. Nel quadro nazionale si rispecchia anche il Trentino. I sindacati confermano l'affanno delle nuove generazioni e tre coppie testimoniano, al Trentino, l'incertezza dell'oggi e i timori sul domani, senza riserve salvavita o la possibilità di costruirsi pensioni integrative.

Primo caso: coppia con entrambi lavori dipendenti. Lei, Paola De Martin, ha 34 anni e lavora part-time in un'impresa di pulizie. Lui, Gianni, ne ha 37 e lavora come meccanico. Hanno due figli, uno all'asilo e l'altro alle elementari. Insieme guadagnano 1700 euro al mese. Cuccagna di questi tempi, pensa uno. E invece no: la coppia ci sta dentro a pelo e, anzi, spesso va in rosso in banca.

Paola snocciola le spese e i conti sono presto fatti: «Paghiamo 300 euro di affitto all'Itea - spiega -. Circa 250 euro per l'asilo. Per la spesa 450 euro, per le bollette 150, per la benzina 200. Poi c'è la rata dell'auto: altri 250. Quindi telefono e Internet, 70 euro al mese e le ricariche per i due telefonini, 50 euro». E siamo già fuori budget: 1.720 euro. Mancano, nel conteggio, l'abbigliamento e le sigarette: quasi un pacchetto al giorno per lei, circa cento euro. Come si fa a risparmiare? «Non mettiamo via un euro e stringiamo la cinghia. La pizza? Una volta ogni tre mesi. Le vacanze? Una settimana in campeggio ogni due anni. Ma a volte si chiede un finanziamento alla banca».

Altra coppia di dipendenti, con reddito mensile di due mila euro al mese. Paolo e Samanta C., 35 anni lui e 32 lei, un figlio maschio di 9 e una femmina di 8. Lui fa l'elettricista ed è dipendente di una ditta, lei è part-time in un supermercato. Hanno la casa di proprietà e anche loro risparmi in banca zero. Eppure duemila euro sarebbero quattro milioni di lire. Sarebbero. «Dieci anni fa sì erano tanti - ricorda Samanta -. Poi con l'euro tutto è raddoppiato mentre gli stipendi sono rimasti uguali. Solo il mutuo per la casa ci costa 500 euro al mese. Le bollette 200. Poi i buoni mensa e i buoni trasporto 200 euro al mese. E mettiamoci scarpe, pantaloni e maglie, libri e zaini, almeno 100 euro. Cellulari e telefono di casa 100 euro, poi benzina gomme, freni e revisione 200. Per la spesa se ne vanno 500 euro. Mettici il dentista e qualche extra ed è già tutto sfumato». Non fanno la fame, ma sono sempre strangolati: «Stiamo tutti bene e abbiamo un lavoro. Ma se succede qualcosa o uno dei due resta disoccupato?. Non c'è sicurezza».

Discorso diverso per Riccardo Trentin e la moglie, entrambi sotto i 40 anni, che superano i duemila euro e qualcosa riescono a mettere via. Ma la loro incertezza si chiama precarietà. Insegnante a tempo determinato lui alle superiori, cococo lei per il museo di scienze naturali. «Ci chiamano lavoratori atipici e questo ci bolla - dice lui con rabbia -. Vorremmo comprare una casa ma le banche ci dicono no, perché nessuno di noi due può dare la garanzia di un tempo indeterminato. Non ci fanno neanche la fidejussione. E neanche le offerte in Internet sono accessibili. Infine non ci danno prestiti Inpdap e neanche la liquidazione anticipata del Tfr». Buio anche sulla pensione: «Avere risposte sulla nostra situazione contributiva è difficilissimo. Ci trattano come persone non regolari. O come dei poveracci. Non sono un ragazzino e ho 16 anni di lavoro alle spalle, ma mi negano il diritto a costruirmi un futuro».

(Laura Lorenzini Il Trentino 23 agosto 2011)

Comune di Verona sponsor dello spettacolo gay

«Ammalati» o «contronatura» . Era un torrido luglio del 1995 quando alcuni esponenti del centrodestra, in un concitato consiglio comunale, bollarono così gli omosessuali a suggello di una mozione contro una risoluzione del Parlamento europeo per il riconoscimento delle coppie gay. Ma a far diventare quella seduta un caso, che esplose sulla stampa nazionale e internazionale, fu il leghista Romano Bertozzo. Che arrivò a chiedere per i gay la castrazione chimica.
Cambiano i tempi e oggi la destra volta pagina e sdogana i diversi orientamenti sessuali. In concomitanza con la Giornata mondiale contro l’omofobia, l’amministrazione comunale patrocina lo spettacolo teatrale «Divercity -Verona incontra la diversità» , diretto dal regista Gaetano Miglioranzi, che andrà in scena al Camploy il 5 maggio. A promuoverlo è il Gasp, gruppo di salute e prevenzione Aids, con le adesioni di Arcigay e Milk (nuova associazione che riunisce gay e lesbiche). 
Trama: un amore contrastato tra omosessuali scatena reazioni contrarie e indignate, con rimandi a Giulietta Romeo, pure osteggiati da convenzioni e pregiudizi sociali. A spingere l'iniziativa l'assessore ai Servizi sociali Stefano Bertacco e la consigliera comunale Elena Traverso, che fanno capo a quell’ala di An del Pdl che con le coppie omosex non è mai stata tenera. La Traverso spiega, molto semplicemente, che il mondo cambia e con esso la mentalità e il senso della morale: «Tutti in fondo abbiamo qualche amico gay. E anche la tivù, tra fiction e Isola dei Famosi, li ha sdoganati alla grande» . Non a caso l’intera giunta, compresi il cattolicissimo assessore Alberto Benetti e tutta l’ala leghista, sindaco Flavio Tosi in testa, ha dato l’imprimatur alla sponsorizzazione dello spettacolo omosex. 
«Tutto nasce da uno spettacolo del Gasp per la prevenzione dell’Aids organizzato al Camploy in novembre -racconta la consigliera -. Da lì è nata una collaborazione con il Gasp l’Arcigay, puntata sui temi dell'intolleranza e della discriminazione sessuale. Così, in vista della Giornata mondiale contro l’omofobia, io e Bertacco abbiamo pensato che era giunto il momento per cancellare quella brutta immagine della Verona razzista e sessista, mostrando che invece tutti noi abbiamo una grande sensibilità sul tema» .
Sul passato, fa capire la Traverso, è ora di metterci una pietra sopra. Anche a quella famosa mozione, «che comunque era una cosa diversa, perché poneva al voto il riconoscimento delle coppie gay. Intendiamoci: io sono contro le intolleranze, ma resto fermamente convinta che il matrimonio si faccia tra uomo e donna» . Anche Flavio Tosi, che più volte Arcigay e Pink hanno contestato per ordinanze e «azioni omofobe» , ammorbidisce le sue posizioni e prende le distanze dalla famosa mozione del 1995: «A prescindere da quel documento e al di là della mia posizione personale, che fu di astensione, credo che un’amministrazione debba sempre essere da una certa parte, che è quella della democrazia. E come istituzione si ha il dovere di tutelare tutti e i diritti di tutti» . 
Il regista Gaetano Miglioranzi dice di essere stupito dalla vicenda, ma in positivo: «Noi ce lo ricordiamo bene come le forze di destra di Verona abbiano avversato la diversità sessuale. Però quest’apertura dà spazio alla speranza. E a un futuro di tolleranza» .
(Laura Lorenzini Corriere di verona 6 aprile 2011)

venerdì 10 gennaio 2014

Ivano Fossati, latitante catturato

Ivano Fossati si racconta. Artista tra i più complessi e affascinanti della canzone italiana, personaggio schivo, viaggiatore che viaggia per fuggire e per essere irrintracciabile dal mondo, la "bestia di scoglio" genovese si è lasciata catturare in un libro. C'è riuscita l'Arcana, nella collana "Nuove radici", dedicata alla canzone d'autore e diretta dal giornalista veronese Enrico De Angelis, strappandogli così la prima biografia consensuale della sua carriera, da poco uscita sul mercato. Titolo "Per niente facile", autore il critico musicale dell'Indipendente Massimo Cotto, è un viaggio nell'universo dell'uomo e dell'artista, una confessione in prima persona che mette in luce l'onestà professionale e l'umiltà di questo artigiano della canzone sempre in movimento, mai adagiato sui facili allori.
Nell'autoritratto di Fossati c'è molta Genova e c'è molto mare. Allergico alle categorie, rinnega l'appartenenza alla cosiddetta scuola genovese che spesso lo ha visto accomunato ai vari De Andrè, Lauzi, Paoli e Tenco, ma del ligure si riconosce l'introspezione "che nasce dal nostro particolare modo di essere" e un'indole selvatica e pudica ma anche aperta geograficamente all'esterno, che lo ha portato a esplorare mondi lontani nello spazio e nel tempo, liberandosi dell'armatura ingombrante del cantautore e da quella altrettanto stantia del rockettaro.
In quei posti davanti al mare Fossati si ritrova ragazzo sereno alle prese con cotte volanti (fisse mai) e "assassini con le chitarre elettriche", ma anche con gli studi di pianoforte al Conservatorio, "spinto a calci in culo da mia madre". Innamorato del beat come i coetanei ma anche di Duke Ellington e di Jobim, è già uno che si distingue. Inizia a suonare il flauto "soffiato" alla Roland Kirk dopo aver visto Stan Getz in concerto ("per il sax non avevo soldi"), si mette con i Sagittari, poi i Delirium, ma li lascia all'apice del successo dopo Jesahel: "Scivolavamo verso le ballatone e i grandi cori, verso una noiosa e inaccettabile banalità".
Il cammino da solista è una lunga metamorfosi in tre tempi. Prima c'è la ricerca molto confusa ("come sparare all'impazzata") fino a La casa del serpente del 1977. Poi il periodo dei viaggi, dal 1979 al 1983, denso di esperienze e di collaborazioni, compresi i brani confezionati per le grandi interpreti, da Patty Pravo a Mia Martini. Da Ventilazione, anno 1984, la grande svolta: la scelta del rigore, la decisione di "dire e dare fino in fondo con un disco". Muore il musicista "parolaio", quello che buttava giù i testi in un'ora, "funzionali alla musica" e nasce il fine cesellatore della canzone che compenetra con il bulino canzone leggera e popolare, umori etnici, jazz, storia, ricerca, passione civile. Attento "alla musica nuova che mi gira intorno".
Qual è la musica che gira intorno alla vita di Fossati? C'è la canzone francese: "Boris Vian, Brassens, ma soprattutto Brel, che sapeva unire la composizione alla rappresentazione". Il jazz: "Un piacere, come se guardassi un quadro di Goya". La bossanova e la milonga, l'India di Trilok Gurtu. Il rock è un amore esaurito: "Non mi interessa più. Dalla semplicità e dalla ripetitività non c'è nulla da imparare". Acido il giudizio sul vecchio hit La mia banda suona il rock: "Credo di odiarla, quella canzone, perché ha distolto l'attenzione da molti altri miei brani".
Oggi il Fossati compositore è molto metodico: "Stabilisco una sere di gabbie, come i romanzieri. Nella prima faccio succedere qualcosa che possa attirare l'attenzione. Da lì sviluppo e dilato fino a raggiungere il nodo della storia". I suoi riferimenti culturali: "Gli scrittori latini, sia europei che americani: Pessoa, Marquez, Amado. Ma anche Pavese e Fenoglio". Fossati autore difficile? Il termine lo fa arrabbiare: "Uno può dire che il mio lavoro è brutto, ma come si fa a criticare qualcosa ritenendola difficile, quando siamo quotidianamente bombardati da prodotti facili e banali? Vorreic he fosse rispettato maggiormente lo sforzo, la fatica di chi cerca di proporre qualcosa di diverso". Sacrosante parole.
Il libro sfiora altri temi: gli applausi e il pubblico, amato e temuto, il rapporto con il teatro, l'amore cinematografico per Salvatores (che firma la prefazione del libro) e Mazzacurati (per il quale ha composto la colonna sonora de Il toro), le ricerche storiche e geografiche che nutrono molte sue canzoni. Pochissime concessioni alle morbosità da rotocalco: con le donne ammette di avere un rapporto "lupesco, da predatore": di Mia Martini rammenta il mènage con lei "bellissimo e terribile"; poco o nulla dice su Nancy Brilli, meteora già volata via.
Nel finale la notizia più bella: in primavera uscirà un disco scritto a quattro mani con De Andrè. Ci lavorano dal 1993: "Ci mettiamo da una parte e dall'altra del tavolo, con blocchi di carta e penne, libri e appunti. Lasciamo fluire le idee. Scambiamo fogli e pensieri fino a formare grandi montagne di carta che spesso trovano la via del cestino e talvolta quello del registratore". Come sarà? Di sicuro l'evento dell'anno.
Laura Lorenzini (L'Arena, 1995)

giovedì 9 gennaio 2014

Panella: "Il mio verso libero"

Interrogativo battistiano: lui verrà o non verrà? Alla fine Pasquale Panella, uno dei premi Rugantino di quest'anno, alla cerimonia di Lazise di ieri sera non si è visto. Prevedibile, del resto, perché il paroliere di Lucio Battisti (da Don Giovanni in poi) è un personaggio sfuggente. Enigmatico come le sue canzoni, eversivo, come si dice lui, 44 anni, romano, odia i titoli, i ruoli, i salotti televisivi e gli eventi mondani. E sta alla larga, manco a dirlo, anche dai premi. "Non voglio riconoscimenti - ci spiega al telefono. Lui, al contrario di Battisti, alla stampa si concede. Pungente e sarcastico come non mai.
- Di lei è stato detto di tutto e il contrario di tutto. Poeta d'avanguardia, minimalista, dadaista, ermetico, miniaturista...
"Anche parolaio, paroliere, giocoliere, surrealista perfino...Parlano della loro ignoranza, esprimono i propri malori! Usano la parola ermetico con qualità oggettivale e non sanno che l'ermetismo ha una precisa collocazione storica quanto il surrealismo e il dadaismo. Che tra l'altro io personalmente nemmeno amo tanto, è questo il bello".
- Allora che dire di lei?
"Che sono molto peggio di quello che credono".
- Lei ha iniziato scrivendo testi per il teatro. Com'è finito nella musica leggera?
"Volevo scrivere, ma mi dava molto fastidio l'idea dello scrittore per professione, di quelli che ti danno la mano e ti dicono: "Sono Tal dei Tali, poeta". Io faccio per fare, scrivo per passione. Poi per me scrivere è un gesto cospirativo".
- Ovvero?
"Fare incursioni nei diversi generi e praticare i propri comodi letterari. Magari avere in mente un'applicazione rivoluzionaria della propria scrittura. L'incursione di un nuovo autore dev'essere eversiva, al limite del terrorismo. Non per niente Montanelli ha pubblicato i miei testi battistiani per un po' ma poi li ha sospesi".
- C'è qualcosa di eversivo nella musica italiana?
"La dissipazione di insinuazioni letterarie nella puerile e ridicola canzone".
- Le sue? "Per favore liberatelo dai testi di Panella", titolò un giornale quando uscì "Cosa succederà alla ragazza" di Battisti.
"Aveva capito tutto! Io ho sequestrato Battisti. Ma possono stare tranquilli. Con Battisti ho avuto un dialogo fittissimo e adesso mi sono stancato. Andrò a spandere la mia logorrea altrove".
- In aprile, del resto, finisce la sua esclusiva con lui.
"Ma quale esclusiva? Io scrivo per molti, anche se il mio nome non appare su disco".
- Con pseudonimo lei ha scritto infatti per Minghi e Morandi, tra gli altri, e testi festivalieri. In "In amore", seconda a Sanremo, ci sono 17 volte le parole cuore e amore.
"Non lo so quante volte, le ho messe più che potevo. Se si tratta il genere amore, quali parole lo esprimono meglio? E poi il brano in amore è assolutamente equivalente ad altri. Non me ne importa nulla delle gradualità qualitative o dell'apprezzabilità. La differenza è solo operativa".
- Allora perché le canzoni rebus con Battisti? Lei ha diviso fan e critici, c'è una schiera di nostalgici mogoliani. "Sfido chiunque a ricordare una sola frase dei dischi Battisti-Panella", ha scritto Roberto D'Agostino.
"Sono io che ho sfidato la gente a non ricordare le parole! Uno dei miei propositi fu quello di scrivere cose non memorabili, di togliere le canzoni dalle bocche dei pianisti di piano bar e dei gitanti aziendali".
- Ma ci sarà un cantante meglio di un altro, nella musica leggera.
"Uno vale l'altro".
- Anche Battisti?
"Certo. La musica leggera non fonda differenza. E' un genere di tipo emotivo, che mette in scena le emozioni del pubblico. E' il pubblico che scrive le canzoni".
- Lei ha detto che il bravo autore dev'essere completamente stupido.
"Imbecille".
- Di Mogol che dice?
"Ne ho sentito parlare".
- Se disprezza la musica leggera perché non legge da sé i suoi versi come fanno i poeti?
"Dovrei. Le canzoni dovrebbero essere fatte solo di musica. Ossia di parole".
- Le sue, dice la critica, sono parole fredde. Luzzatto fegiz ha scritto di Csar: "Un incubo raggelante, un disco senza amore".
"Sta parlando di sé, l'incubo è lui! Ma se c'è una cosa nelle cui braccia son morto in musica è proprio l'amore! Ascolti: "E' sempre per prova che sulle labbra torna la parola amore". Oppure: "Ti supererò, in amore andrò molto più lontano, dove tu stupore sei..."
- Questo è Morandi.
"Già, la canzoncina semplice. Ma si è mai sentito in bocca a Morandi "fare dolci abusi e bei soprusi?"
- E la canzone impegnata dove la mettiamo?
"Impegnata a cosa? A scrivere cattivissima, pessima letteratura. In confronto ai cantautori De Amicis è Nietzsche. Non sopporto quelli che vogliono dire o, peggio, spiegare la canzone durante il concerto. Come se l'importante fosse capire".
-Non vorrà dire che preferisce Cutugno a De Andrè.
"Perché no? Almeno non si nasconde dietro il ditino dell'impegno".
- Ma ci sarà una via di mezzo tra il testo ultraleggero e l'indecifrabile.
"La via di mezzo è l'ortodossia, il successo, la ridicola mitizzazione. La volgarità divulgativa della tv, l'istigazione all'impantanamento".
- Per questo Battisti è scomparso.
"Scomparso? Uno che ogni due anni ci ammorba con i suoi dischi? Fantasma è Stendhal, o Anna Karenina".
- Pantano o no, lei con la leggera è diventato famoso. E ha creato uno stile.
"Per questo lascio. Mi rivolto alla brodaglia".
Laura Lorenzini ( L'Arena, 1995)








martedì 7 gennaio 2014

Vecchioni: "Ho copiato, confesso"

Come nasce una canzone? Da uno spunto letterario, da un film, da un amore finito. Ma può nascere benissimo anche da una felice operazione chirurgica, cucendo assieme i pezzi di più autori. Parola di Roberto Vecchioni, che svela l'arcano della sua gettonatissima "Voglio una donna": "Musicalmente ho voluto attingere apposta un po' da Springsteen, ho aggiunto qualcosa da Hurricane di Dylan e il finale l'ho tratto da Viva la mamma di Bennato. Plagio? No, peccato veniale: "Così fan molti e anche in maniera più spudorata. C'è chi copia pari pari un brano d'Oltreoceano spacciandolo come proprio..."
Ride Vecchioni, appollaiato su uno sgabello a La Sbalena e ride anche il pubblico, applaudendo convinto. E' accorso numeroso, l'altra sera, curioso di vederlo incastonato in un'insolita dimensione consegnata dal locale di San Massimo con Enzo Rapisarda, situata a mezza strada tra canzone e dissertazione. Un incontro a quattr'occhi con l'artista in jeans slavati e camicia bluette, impegnato col solo supporto di microfono e chitarra a tessere un lungo monologo con se stesso e il mondo, sul rapporto con la canzone e i colleghi, con i figli, con le donne.
Due ore secche illuminate dalla sua risaputa profondità di pensiero e spruzzate di effervescente ironia nei propri e altrui confronti, costellate di poche parentesi musicali (sottolineate dalla sua maldestra tecnica chitarristica) riguardanti soprattutto pagine antiche come Per un vecchio bambino, Due giornate fiorentine, Mi manchi. Le rispolvera all'inizio per rompere il ghiaccio, dilungandosi sull'importanza della fiaba come trampolino per l'evasione e la speranza, e ancora per dimostrare come la canzone possa farsi cultura, o costruire un ponte tra epoche diverse, giocare con la scomposizione del tempo per narrare un amore sfaldato, trattare i sempiterni temi del doppio e del fanciullino.
Poi qualcuno si fa coraggio e il discorso scivola su tematiche più sfiziose: perché è andato al Festivalbar accanto a Vallesi e Masini? "C'era anche di peggio. E peggio di Masini è già un bel record", ribatte caustico, e spiega che il festival sono il veicolo della popolarità. Qualcuno chiede se Ippopotami può calzare a quelli di Tangentopoli e lui si fa prudente: "Non so se posso parlare, ho già beccato due querele dal Partito socialista". Ma non ce la fa a tacere e dice che sì, gli ippopotami sono anche quelli che oggi parlano "in similinglese" e che "a letto con la moglie sono single".
Una domanda tira l'altra e Vecchioni passa in rassegna questioni etiche e sentimentali. Spiega a proposito della sua contestata ultima canzone che "non ce l'ho con le donne, ma non capisco perché vogliono far schifo come i maschi". Racconta bonariamente il "vizio di Bacco" di due suoi colleghi, De Andrè e Jannacci, dicendo di quest'ultimo: "E' simpatico finché stona con le sue canzoni, ma non con Luci a San Siro".
E la canta infine, la sua canzone, quasi un inno, con gli occhi chiusi e un filo di voce per congedarsi dall'assorta "scolaresca". Prima c'è il tempo anche per una briosa Samarcanda, duettata con un volonteroso ammiratore e per un'anticipazione sul prossimo album che conterrà, annuncia, un brano ispirato a L'ultima sera di Carnevale di Goldoni. Alla fine tutti soddisfatti e a caccia di autografi mentre il "prof" tenta di svicolare: "Domani ho scuola..."

(Laura Lorenzini, L'Arena 1995)

Vecchioni: "Le donne sono il senso del mondo"

Due anni fa inneggiò alla "donna con la gonna" e l'universo femminista gridò al rogo. Adesso arriva l'ode al deretano: "Quando tu t'inchini è insostenibile, disumana tentazione, ci son notti che starei a guardatelo ore e ore...". E' fresco di uscita ma già Il tuo culo e il tuo cuore, uno dei brani portanti dell'ultimo album di Roberto Vecchioni, da pochi giorni sul mercato, ha acceso il dibattito. Provocazione o (singolare) canzone d'amore? Maschilismo oppure omaggio all'estetica femminea? Il "prof", che da poco ha lasciato le dolci acque del Garda per tornare nella bigia Milano, non sbuffa solo per educazione. "Macchè sfida. Il brano è una dedica alle donne, in particolare a mia moglie Daria (veronese, figlia dell'ex senatore Vittorino Colombo, ndr). Ma non vedo che cosa ci sia di strano a mettere sullo stesso piano la bellezza del cuore e quella del fondoschiena, il sentimento e la fisicità. L'ha fatto anche Leo Ferrè con Ton cul e ton coeur...".
E' solo una canzoncina, minimizza Vecchioni, che confida di averla fatta anche "per tagliare l'aria in un disco troppo serio". Album numero ventuno della carriera, questo Cielo capovolto è zeppo di citazioni letterarie ma ha un'inconsueta preponderanza di elementi femminili. C'è Le mie ragazze, dedicato a Laura, antico amore di Vecchioni (in cui ricompare la storica Seicento di Luci a San Siro) "e a tutte le donne sopra i quaranta, che sono sempre belle, soprattutto se non hanno il lifting". Poi "Conversazione con una signora blu", dialogo con una interlocutrice immaginaria, Piccoli stupidi sui progetti a due, Dove? lampi di ricordi e domande.
Quindi una terna di canzoni che di femminino hanno addirittura l'io narrante: "In Cielo capovolto parla Saffo, Il mio piccolo genio è un ironico ritratto di me al lavoro visto da mia moglie, L'amore mio è il rapporto a due sempre raccontato dalla parte di lei". Unica voce maschile quella di Fernando Pessoa in "Lettere d'amore", ispirata a una grande poesia del grande scrittore e poeta portoghese, "che ha passato la vita cercando in modo ossessionante il mistero del mondo senza trovare una soluzione".
Perché tanto spazio alle donne? "Perché sono il senso del mondo - replica di getto l'artista. "Il loro universo è pacato, eterno e vero. Come il cielo. Quello maschile è irrisolto e burrascoso come il mare. Il cielo capovolto del titolo. Dice Saffo che gli uomini sanno solo navigare e bramare la conquista. E' vero. Ecco, io ho voluto stavolta mettere da parte quell'egocentrismo per lasciare parlare le donne attraverso di me. Mi pare di esserci riuscito".
Il lavoro, sottolinea Vecchioni, segna il ritorno alla riflessione dopo il giocoso Blumun, l'album del "ritorno alla vita" dell'autore dopo i gravi problemi di salute che lo avevano afflitto dal 1992. Dal punto di vista musicale è un album molto curato. La produzione e gli arrangiamenti sono del californiano Bob Rose (alle spalle ha collaborazioni del calibro di Gabriel e Queen), che ha voluto in sala dì'incisione solo musicisti veri perché l'emozione delle "splendide melodie di Vecchioni" (parole sue) non venisse intaccata. La scelta è caduta su strumentisti dal background pop e rock come il batterista Giovanni Pezzoli degli Stadio e Claudio Golinelli, ex bassista di Vasco Rossi, cui si è aggiunto il chitarrista Robbie Blunt, già con Phil Collins e Eddie Brickell. Per alcuni brani è stato scelto un arrangiamento classico e l'esecuzione "dal vivo" con la celebre orchestra Santa Cecilia.
E con il nuovo disco Vecchioni si rimette in viaggio. Il suo nuovo tour partirà il 2 novembre. "Sarà una dimensione teatrale ma non austera", annuncia. "Vorrei portarmi dietro gli archi, dare una patina di serietà alla musica leggera. Potrei anche mettere l'abito scuro..."Sicuramente, giuta, canterà anche a Verona. La città del cuore non si dimentica.
Laura Lorenzini (L'Arena, 18 settembre 1995)