Nell'autoritratto di Fossati c'è molta Genova e c'è molto mare. Allergico alle categorie, rinnega l'appartenenza alla cosiddetta scuola genovese che spesso lo ha visto accomunato ai vari De Andrè, Lauzi, Paoli e Tenco, ma del ligure si riconosce l'introspezione "che nasce dal nostro particolare modo di essere" e un'indole selvatica e pudica ma anche aperta geograficamente all'esterno, che lo ha portato a esplorare mondi lontani nello spazio e nel tempo, liberandosi dell'armatura ingombrante del cantautore e da quella altrettanto stantia del rockettaro.
In quei posti davanti al mare Fossati si ritrova ragazzo sereno alle prese con cotte volanti (fisse mai) e "assassini con le chitarre elettriche", ma anche con gli studi di pianoforte al Conservatorio, "spinto a calci in culo da mia madre". Innamorato del beat come i coetanei ma anche di Duke Ellington e di Jobim, è già uno che si distingue. Inizia a suonare il flauto "soffiato" alla Roland Kirk dopo aver visto Stan Getz in concerto ("per il sax non avevo soldi"), si mette con i Sagittari, poi i Delirium, ma li lascia all'apice del successo dopo Jesahel: "Scivolavamo verso le ballatone e i grandi cori, verso una noiosa e inaccettabile banalità".
Il cammino da solista è una lunga metamorfosi in tre tempi. Prima c'è la ricerca molto confusa ("come sparare all'impazzata") fino a La casa del serpente del 1977. Poi il periodo dei viaggi, dal 1979 al 1983, denso di esperienze e di collaborazioni, compresi i brani confezionati per le grandi interpreti, da Patty Pravo a Mia Martini. Da Ventilazione, anno 1984, la grande svolta: la scelta del rigore, la decisione di "dire e dare fino in fondo con un disco". Muore il musicista "parolaio", quello che buttava giù i testi in un'ora, "funzionali alla musica" e nasce il fine cesellatore della canzone che compenetra con il bulino canzone leggera e popolare, umori etnici, jazz, storia, ricerca, passione civile. Attento "alla musica nuova che mi gira intorno".
Qual è la musica che gira intorno alla vita di Fossati? C'è la canzone francese: "Boris Vian, Brassens, ma soprattutto Brel, che sapeva unire la composizione alla rappresentazione". Il jazz: "Un piacere, come se guardassi un quadro di Goya". La bossanova e la milonga, l'India di Trilok Gurtu. Il rock è un amore esaurito: "Non mi interessa più. Dalla semplicità e dalla ripetitività non c'è nulla da imparare". Acido il giudizio sul vecchio hit La mia banda suona il rock: "Credo di odiarla, quella canzone, perché ha distolto l'attenzione da molti altri miei brani".
Oggi il Fossati compositore è molto metodico: "Stabilisco una sere di gabbie, come i romanzieri. Nella prima faccio succedere qualcosa che possa attirare l'attenzione. Da lì sviluppo e dilato fino a raggiungere il nodo della storia". I suoi riferimenti culturali: "Gli scrittori latini, sia europei che americani: Pessoa, Marquez, Amado. Ma anche Pavese e Fenoglio". Fossati autore difficile? Il termine lo fa arrabbiare: "Uno può dire che il mio lavoro è brutto, ma come si fa a criticare qualcosa ritenendola difficile, quando siamo quotidianamente bombardati da prodotti facili e banali? Vorreic he fosse rispettato maggiormente lo sforzo, la fatica di chi cerca di proporre qualcosa di diverso". Sacrosante parole.
Il libro sfiora altri temi: gli applausi e il pubblico, amato e temuto, il rapporto con il teatro, l'amore cinematografico per Salvatores (che firma la prefazione del libro) e Mazzacurati (per il quale ha composto la colonna sonora de Il toro), le ricerche storiche e geografiche che nutrono molte sue canzoni. Pochissime concessioni alle morbosità da rotocalco: con le donne ammette di avere un rapporto "lupesco, da predatore": di Mia Martini rammenta il mènage con lei "bellissimo e terribile"; poco o nulla dice su Nancy Brilli, meteora già volata via.
Nel finale la notizia più bella: in primavera uscirà un disco scritto a quattro mani con De Andrè. Ci lavorano dal 1993: "Ci mettiamo da una parte e dall'altra del tavolo, con blocchi di carta e penne, libri e appunti. Lasciamo fluire le idee. Scambiamo fogli e pensieri fino a formare grandi montagne di carta che spesso trovano la via del cestino e talvolta quello del registratore". Come sarà? Di sicuro l'evento dell'anno.
Laura Lorenzini (L'Arena, 1995)
Nessun commento:
Posta un commento